Cinema e architettura, 10 film in cui il design è protagonista

Di Giacomo Casarin

Se il cinema è l’arte visiva che racconta storie in movimento, allora deve fare i conti con il paesaggio in cui i protagonisti si muovono: di fatto, l’architettura. Tant’è che il regista – esattamente come l’architetto – non pensa alla sua opera come a un manufatto statico, ma come a un sistema dentro cui i personaggi vivono e interagiscono. La componente dinamica rappresenta il trait d’union tra cinema e architettura, perché entrambi hanno senso solo grazie al movimento.

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La famiglia protagonista del film Io sono l’amore di Luca Guadagnino (2009), ambientato nella Villa Necchi Campiglio di Milano

La settima arte si confronta perennemente con l’organizzazione di uno spazio, proprio come fa un architetto. La costruzione delle scene di un film passa per scenografie evocative, complete di ogni tipo di arredi e dettagli. Costruire una scena significa diventare architetti di esterni, di interni, paesaggisti, urbanisti, designer. Il legame tra cinema e architettura è profondo. Oltre alla trama, infatti, i registi utilizzano lo spazio per trasmettere un significato.

Metropolis, cinema ispirato all’architettura

Non potevamo non incominciare con Metropolis. Il film di Fritz Lang del 1927 è direttamente ispirato alle architetture futuriste di Antonio Sant’Elia e mette in scena una città distopica dove la classe dirigente, dall’alto dei suoi grattacieli, costringe in schiavitù la classe operaia, relegata sottoterra. Almeno finché il figlio dell’industriale-dittatore non si innamora di una ragazza del sottosuolo che poi diventerà una sorta di profeta in grado di distruggere le differenze di classe.

Il cinema di Fritz Lang anticipa i tempi. Prevede una tecnologia che domina l’uomo e diventa parte inseparabile della produzione industriale. Soprattutto, il regista ritrae quella che sarà l’architettura delle grandi metropoli: lo sviluppo in verticale con altissimi grattaceli in cemento e vetro, le strade e le ferrovie sopraelevate con macchine e aerei in continuo movimento.

Una modernità che deve essere sostenuta dal lavoro incessante degli operai, i quali mettono in moto nel sottosuolo le macchine che producono il comfort dei lussuosi palazzi della metropoli. La citazione alle opere di Sant’Elia è evidente ma è difficile riconoscere uno stile unico, perché nel set progettato da Karl Vollbrecht si incrociano elementi di Art Deco, Gotico, Bauhaus e Modernismo. Il tutto in chiave monumentale.

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Parasite, l’architettura come status sociale

Lo stesso principio di Metropolis – in alto l’elite, in basso la massa – viene riproposto dal cinema sudcoreano, con la pellicola Parasite di Bong Joon-ho, vincitrice dell’Oscar per il miglior film del 2020 (insieme a quello per la miglior regia, la migliore sceneggiatura originale e il miglior film in lingua straniera), dove ogni ambiente domestico e disposizione urbana narra una storia in sé.

Il film parla di due famiglie: i Kim vivono in basso, in un seminterrato degradato, mentre i Park abitano in alto, su una collina, in una villa moderna e minimalista progettata da un famoso architetto. Proprio in questa casa riescono a intrufolarsi i primi, che diventano con l’inganno il tutore, la tutrice, l’autista e la governante della famiglia Park.

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Lo sfondo per la maggior parte delle scene diventa così la villa dei ricchi. Un’architettura in vetro, legno e pietra che è stata creata ad hoc. La casa dei Park, così come il seminterrato dei Kim, è infatti una scenografia progettata nei minimi dettagli da Lee Ha-Jun, il designer di produzione che ha ideato e costruito un teatro architettonico dove la verticalità (della scalata sociale) è protagonista e tutti i layer della casa hanno dei corrispettivi sopra e sotto. Per questo motivo le scale diventano un elemento utilizzato moltissimo. Anche quelle nascoste.

Ex machina, naturale e artificiale

A fare da sfondo del film Ex machina (2014) c’è un’architettura reale: il Juvet Landscape Hotel progettato da Jensen & Skodvin Architects nel nord della Norvegia. L’edificio viene rappresentato come la villa di uno scienziato che sta lavorando su una tecnologia robotica senza precedenti. E la protagonista della pellicola è proprio l’artificiale e bellissima Ava, un androide con le sembianze di Alicia Vikander che all’interno della casa inizia a sentirsi in trappola.

L’edificio non contamina l’ambiente circostante. I volumi bassi seguono l’andamento del suolo e sono rivestiti di legno e vetrate riflettenti, mimetizzati nella natura. L’architettura è immersa nella foresta ma al suo interno dominano le più moderne tecnologie. Questo contrasto si riflette nell’animo di Ava, che sa di essere una macchina ma sembra desiderare qualcosa in più.

Animali notturni, architettura estetica

Cinema e architettura vanno a braccetto anche nei film di Tom Ford. Nella sua ultima pellicola Animali Notturni (2016) il regista, insieme allo scenografo Shane Valentino, sceglie come ambientazione una villa di Malibu in calcestruzzo e vetro. Anche se la casa nella realtà è una luminosa residenza progettata da Scott Mitchell e aperta verso la costa californiana, lo scopo del film è quello di costruire un’atmosfera soffocante e rendere il senso di isolamento della protagonista, la gallerista d’arte interpretata da Amy Adams.

In che modo? Attraverso lunghi corridoi e ampie stanze, dove un solo personaggio (senza compagni o figli) risulta sminuito, rimpicciolito e in qualche modo imprigionato all’interno di un’atmosfera incombente, angosciante. La bellezza formale dell’architettura e la raffinata scelta dell’arredamento sono perfettamente bilanciate per contrastare con l’aridità e la freddezza della protagonista, le cui colpe si scoprono nel corso del film.

L’uomo nell’ombra, l’architettura come labirinto

Diretto dal premio oscar Roman Polanski, L’uomo nell’ombra è un thriller del 2010 dove la sceneggiatura riveste un ruolo di primissimo piano. Ma anche la scenografia si dimostra fondamentale nell’accompagnare il protagonista a risolvere un rompicapo legato al proprio lavoro. Il personaggio interpretato da Ewan McGregor, infatti, è un ghostwriter che viene incaricato di scrivere la biografia dell’ex primo ministro inglese, trovandosi a fare i conti con un segreto del passato.

Gran parte della storia si svolge nella villa sulla spiaggia dell’ex premier, dallo stile moderno e dal design audace. Lo spazio mentale dello scrittore si mescola allo spazio fisico della casa piena di anfratti, in cui il protagonista si perde e si confonde. Dietro la facciata in legno della villa si cela un enigma: la tortuosa scoperta della casa va a pari passo con le rivelazioni che si celano dietro alla vita del suo committente.

Dogville, cinema senza architettura

Dogville di Lars Von Trier (2003) rappresenta un cinema impressionante e inafferrabile, proprio come le pareti del villaggio degli anni Trenta in cui si muovono i personaggi. I muri, infatti, non esistono, perché Dogville non utilizza una scenografia. Un espediente estremo, unico nel suo genere: il regista si libera dell’ambientazione costruita per dare risalto ai personaggi, tutti in scena allo stesso momento, separati solo da linee disegnate sul pavimento che rappresentano le piante degli edifici.

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La percezione dello spettatore viene distorta nell’esercizio mentale di ricostruire l’ambientazione. Senza la sicurezza di un’architettura a racchiudere la scena, la giovane donna protagonista appare in balia degli eventi. Il personaggio di Grace (la Kidman) si mostra perennemente esposto e quello che ne deriva è un costante senso di pericolo.

Io sono l’amore, cinema e architettura italiani

Pochi sanno che prima di Chiamami con il tuo nome, c’è stato Io sono l’amore. Il film di Luca Guadagnino del 2009 è ambientato a Villa Necchi Campiglio, dimora milanese disegnata da Piero Portaluppi negli anni Trenta e ora patrimonio del Fai. Se l’opera più famosa di Guadagnino era ambientata in una casa di campagna nella provincia di Crema, qui l’architettura protagonista incarna la compostezza e l’autorevolezza di una famiglia dell’alta borghesia di Milano.

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Tilda Swinton si è aggiudicata un Nastro d’Argento per il ruolo della madre, straniera, che dopo una vita scandita da convenzioni sociali e cene di lavoro decide di dare una scossa alla realtà pietrificata della famiglia. Per farlo sarà necessario prima l’avvento di una tragedia e poi di uno scandalo. Nel finale si mostra la catarsi che dà il titolo all’opera e che vale la visione del film.

Gran Budapest Hotel, l’architettura come sogno

Il cinema di Wes Anderson è un sogno a occhi aperti. In Grand Budapest Hotel (2014) ci si mette di mezzo anche la spettacolare architettura di un grande magazzino in stile Art Noveau, il Görlitzer Warenhaus, costruito nella cittadina tedesca di Görlitz, dove è stato girato gran parte del film e che gli è valsa l’Oscar per la scenografia (insieme a quella per colonna sonora, costumi e trucco).

Se il grande magazzino di Görlitz ha ispirato il regista per gli interni, per gli esterni, invece, lo stile e il colore rosa pastello del Grand Budapest Hotel derivano dal Palace Bristol Hotel di Karlovy Vary, in Repubblica Ceca. Il risultato? Atmosfere surreali, eleganti ed eccentriche, che Anderson riesce a evocare grazie all’impostazione artistica di ogni singola scena e alla cura maniacale per gli elementi decorativi.

High Rise, architettura distopica

Il rapporto tra cinema e architettura si ripropone nel film del 2015 High Rise, in cui ritorna il tema di “piani alti” e “piani bassi”. La storia si svolge nella Londra del 1975 all’interno di un grattacielo brutalista, progettato dall’architetto Anthony Royal (Jeremy Irons) come luogo in grado di rispondere a tutte le esigenze degli abitanti. Ma al nuovo inquilino (Tom Hiddleston) è chiara fin da subito la netta divisione in classi sociali.

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I piani bassi del palazzo – spesso al centro di disservizi – sono riservati alle classi meno abbienti, i piani intermedi alla borghesia e i piani alti ai ricchi, che si comportano letteralmente come nobili del Settecento durante le loro continue feste. La trama è un’esplorazione degli effetti di un certo tipo di architettura ermetica sulla psicologia umana: si complica quando la tecnologia del palazzo smette di funzionare, generando così un’escalation di conflittualità tra i suoi abitanti.

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La fonte meravigliosa, l’architettura come libertà

Dulcis in fundo, la pellicola sull’architetto per eccellenza. La fonte meravigliosa (1949) si ispira alla vita di Frank Lloyd Wright e rappresenta un omaggio al modernismo. La storia segue le vicende di un giovane e talentuoso architetto (Gary Cooper) che vuole fare carriera con i suoi progetti innovativi, ma si scontra con l’arretratezza delle idee della committenza.

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Pur di non cedere a compromessi, il protagonista viene accusato di offendere l’arte e l’incolumità pubblica. Non si arrenderà e continuerà a perseguire l’integrità dei suoi ideali e la scelta di costruire solo per chi comprende le sue idee. Nel film si assiste al contrasto tra moderni grattacieli in acciaio e vetro con impianti decorativi – come colonne e sculture – appartenenti a un’epoca ormai tramontata.

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