Così il Giornalismo muore. Anzi, forse è già morto

Di Fabio Franchini

I giornalisti, in Italia e nel mondo, non se la passano così bene. Il pensiero va ai giovani (ma non solo) iscritti all’Ordine che un posto da assunti in qualche redazione se lo sognano col binocolo. Senza addentrarci nel dramma di quelli che purtroppo si possono definire veri e propri “braccianti del giornalismo” a pochi-pochissimi euro al pezzo, possiamo parlare del dramma della blogger cinese condannata a quattro anni di carcere per aver raccontato l’epidemia-pandemia di Covid a Wuhan, e anche del dramma dei cinquanta giornalisti uccisi nel 2020.

Leggere il rapporto di Reporter senza frontiere fa un certo effetto: il 68% dei reporter uccisi nel 2020 sono morti lontani dalle zone di guerra. L’84% dei giornalisti ammazzato nel 2020 è stato consapevolmente preso di mira e deliberatamente eliminato, ha sottolineato con preoccupazione l’organizzazione.

Come riportato da Prima Comunicazione, sempre citando il rapporto di Rsf sulla piaga del giornalismo, “alcuni giornalisti sono stati assassinati in modo particolarmente barbaro come il messicano Julio Valdivia Rodriguez del quotidiano El Mundo de Veracruz trovato decapitato, e il suo collega Victor Fernando Alvarez Chavez, direttore di un sito di notizie locale, fatto a pezzi ad Acapulco”. E ancora: “Quasi venti giornalisti investigativi sono stati uccisi quest’anno: dieci indagavano su casi di corruzione locale e appropriazione indebita di fondi pubblici, quattro si occupavano di mafia e criminalità organizzata e tre scrivevano di temi legati alle questioni ambientali. L’organizzazione cita anche la morte di sette giornalisti che seguivano manifestazioni in Iraq, Nigeria e Colombia”.

Dicevamo della blogger cinese imprigionata. Il suo nome è Zhang Zhan, ha 37 anni ed è accusata di aver di aver fornito false informazioni nei suoi reportage e averle diffuse attraverso Twitter, YouTube e WeChat e di aver rilasciato interviste media stranieri che “hanno speculato malignamente sull’epidemia di Covid-19 a Wuhan”. “I suoi racconti hanno creato problemi di ordine pubblico”, la motivazione della sentenza emessa dal tribunale di Shanghai. Quindi, 48 mesi dietro le sbarre. Che orrore.

Il mestiere del giornalista è difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e festivi, ma è sempre meglio che lavorare” disse uno dei più grandi giornalisti italiani di tutti i tempi, Luigi Barzini Junior, regalandoci una delle massime più famose circa la professione. E pensare che i giornalisti di oggi, giovani e non, invece vorrebbero semplicemente lavorare…

Che peccato. E che dramma professionale e generazionale.

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