Smart schooling? Ridateci la scuola “old school”!

Smart school

Da zero a cento, all’improvviso. Così, di botto, l’Italia è diventata il Paese dello smart working e dello smart schooling, nonostante non avesse una cultura in questo senso e fosse perciò tutto fuorché preparata, dal punto di vista logistico, tecnologico, sociale e, appunto, culturale. Il motivo lo conosciamo bene: ha cinque lettere, un trattino e il numero 19. Ma le modalità con le quali la rivoluzione smart (imposta dalla pandemia) si è concretizzata sono quantomeno raffazzonate. Non ci vuole allora un genio per capire che se le cose vengono fatto male è un problema che crea problemi. Una valanga di problemi. A cascata.

Da zero a cento, all’improvviso. “Chi va piano va sano e va lontano”, dice il proverbio popolare. E, come spesso e volentieri accade, la saggezza popolare ci azzecca, dice la verità. Bella o brutta che sia. I danni dello smart working ci sono (stati) e ci saranno ancora. Così come quelli dello smart schooling. Il che, attenzione, non vuol dire che il cosiddetto lavoro agile e la didattica a distanza siano di per sé negativi e che siano da bocciare in toto. Vuol dire che si poteva e si doveva fare di meglio, agendo con lungimiranza, merce rara nel Belpaese (ahinoi!).

La scuola è una priorità”, sentiamo ripetere da ogni governo e da ogni politico, da tanti-troppi anni-decenni. Peccato che nei fatti la scuola sia stata spesso dimenticata, con la gravissima conseguenza di dimenticarsi – con dolo o meno – del futuro di questo Paese. I risultati sono sotto gli occhi di tutti noi: l’Italia è uno degli Stati più ignoranti del Vecchio Continenti e il Paese con più analfabeti funzionali in Europa (il 28% della popolazione totale) secondo l’Ocse, l’organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Perché la DAD non è la vera soluzione

Non paghi di questo triste e preoccupante record negativo, in questo anno maledetto siamo lo Stato europeo che ha mandato meno i propri ragazzi a scuola. Senza addentrarci troppo nella gestione del governo e delle regioni circa l’emergenza sanitaria-sociale-economica causa pandemia di coronavirus, si può certo dire che ha regnato la confusione. E allo stesso tempo si può dire che, forse, era anche inevitabile.

Ecco, però si poteva e si doveva fare di più, di meglio. Come? Tenendo per quanto possibile la barra dritta nella tempesta, lavorando il più e il meglio possibile per riaprire le scuole, tenerle aperte e mandare i nostri giovani in classe, in sicurezza. Magari (magari!) senza perdere troppo tempo e soldi a cercare i banchi a rotelle. E magari anche senza perdere tempo prezioso a parlare a vanvera di DAD (acronimo di didattica a distanza, come già ben saprete), presentandola come panacea di tutti i mali, o come il male assoluto. Perché, come dicevano i latini, “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo. E quindi la virtù non è a zero (come in passato) e non è a cento (come adesso), bensì a cinquanta (come speriamo sia in futuro). Sia per la scuola, sia per il lavoro.

Non è retorica, è per rendere bene l’idea: da un anno gli anziani (ma non solo loro) muoiono da soli in ospedale senza il conforto dei propri cari. Da un anno una persona non può stare vicino e salutare per sempre il proprio genitore, coniuge, compagno, figlio, nonno, amico, strappato alla vita dal Sars-CoV-2. Da un anno siamo chiusi in casa e abbiamo perso un anno di vita: per motivi diversi e disparati, se ne lamentano gli anziani, chi è di mezz’età, i quarantenni, i trentenni, i ventenni, gli adolescenti e anche i bambini. E hanno tutti ragione.

Le conseguenze e le responsabilità di questa (non) scuola

Siamo il Paese dell’Ue che ha mandato meno i propri ragazzi a scuola, dicevamo. Ecco, ma qualcuno ci pensa mai ai danni di una scelta di questa portata? E qualora qualcuno ci pensasse anche, se ne assumerà mai la responsabilità? Farà mai qualcosa in concreto per metterci una pezza? Dirà mai che lo smart schooling non può essere la soluzione?

Non generalizziamo e infatti raccontiamo una delle tante conseguenze-realtà-verità del presente. Quelle delle “maxi risse” organizzate online dai teenager. I ragazzi sono persi, organizzano le risse (chi probabilmente già le organizzava prima), ci partecipano (chi prima forse non vi avrebbe partecipato) e vi assistono come spettatori (chi prima molto probabilmente non avrebbe fatto da spettatore).

I ragazzi sono persi e si perdono il bello e il brutto della scuola: dalle cotte – con tanto di sguardi incrociati e furtivi nei corridoi, in cortile o in aula – al terrore dell’interrogazione e della professoressa che scorre il registro scegliendo chi impallinare, passando per tutte quelle dinamiche ed esperienze che sono il sale della vita di quell’età e ricordi indelebili per sempre, e che è anche inutile cercare di elencare e spiegare.
Ah, lo stesso discorso, ovviamente, vale per le elementari, le medie e le università.
Insomma, fate presto che è tardi: aridatece la scuola!

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