Abbiamo sognato lo smart working, ora è realtà ma di notte (e anche di giorno) fantastichiamo sull’ufficio

smart working home

Secondo l’ordinamento italiano, dicesi smart working quella “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa”. Il virgolettato, lo ammettiamo, è di Wikipedia, punto di riferimento (non) infallibile di giornalisti, lettori e utenti di tutto il mondo.

Lavorare senza orari prestabiliti e senza dovere per forza di cose presenziare in ufficio: questo, insomma, sarebbe il cosiddetto lavoro agile, per chi – ovviamente e appunto – fa un “lavoro da ufficio”.

Che figata, vero?  Il vero smart working permette di organizzare la propria giornata (o settimana) lavorativa come più si preferisce. A partire da una sveglia più clemente al mattino, cosa non certo sgradevole, anzi.

E così ci si può alzare con calma, fare colazione tranquilli – senza trangugiare biscotti, latte, caffè o thè – lavarsi i denti (e magari farsi anche la doccia senza fretta, per chi è abituato a farla al mattino) e mettersi al computer in pigiama, in tuta o vestiti come se si andasse in ufficio (de gustibus!). Che figata, vero?

Per anni abbiamo sognato una vita e un lavoro così…flessibile. In molti abbiamo fantasticato di avere la possibilità – già in uso in diversi altri Paesi del mondo – di lavorare da casa uno o due giorni alla settimana, di avere orari meno rigidi, di non dover sottostare alla dinamica imperante dell’ufficio sempre e comunque, anche quando c’è poco o niente da fare.

Da quasi un anno, per colpa dell’incubo pandemia di Covid-19, il sogno è diventato realtà. Ma è una realtà che (ci) piace fino a un certo punto: la verità è che – alla lunga (e per qualcuno anche “alla corta”) – vogliamo l’ufficio.

Sì, confessiamo: ci manca l’ufficio! Diciamocelo, confidiamolo senza vergogna ad amici, parenti, colleghi e anche al panettiere. Gridiamolo dalle nostre scrivanie domestiche, urliamolo alla finestra o dal balcone: ci manca l’ufficio! Vogliamo l’ufficio!

Confessione fatta, procediamo. L’uomo, si sa, è animale sociale. Forse non è animale da ufficio cinque giorni alla settimana (dalle 9:00 alle 18:00 per i più fortunati), vero, ma state pur certi che non è animale domestico alla pari di cani, gatti o pesciolini rossi. Per cui, se volete farlo vivere e lavorare bene, dategli un ufficio dove andare (almeno) due o tre giorni alla settimana.

Dicono che lo smart working aumenti la produttività. Certo, perché molte aziende fanno le furbe e magari senza pagare (neanche più) gli straordinari, chiedono al proprio dipendente di lavorare anche (molto) dopo l’orario indicato sul contratto. Dicono che lo smart working aumenti la produttività perché il lavoratore è appunto più comodo, più riposato e meno stressato dal percorso casa-lavoro e viceversa, per cui performa meglio; poteva e potrebbe anche essere vero, ma alla lunga (e siamo arrivati quasi a un anno) questa impostazione non può reggere, non è sostenibile.

Ah, attenzione. Quello all’italiana non è smart working, bensì home working. Perché, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, il lavoro agile è una cosa, il lavoro da casa è ben altro. E, no, non è una figata.

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