Razzismo ambientale, un vero problema per milioni di persone nel mondo

razzismo ambientale ciminiera

Il razzismo ambientale è una piaga silenziosa che uccide milioni di persone, eppure ancora in tanti non sanno che cosa sia. Ma lo vedono.

Che cos’è il razzismo ambientale?

La definizione risale al 1982, ad opera del reverendo Benjamin Chavis, attivista afroamericano per i diritti civili. Il razzismo ambientale è un razzismo sistemico che vede le minoranze, le popolazioni più povere maggiormente esposte all’inquinamento. Basti pensare, per esempio, alle immagini dei bambini dei Paesi del Terzo Mondo, vittime dello sfruttamento del lavoro minorile.

Ma il razzismo ambientale è presente anche nei Paesi dell’Occidente. Dopo qualche anno dalla definizione terminologica di Benjamin Chavis, nel 1987, fu pubblicato uno studio che dimostrava come la “razza” fosse uno dei fattori fondamentali per determinare dove dovessero essere allocate le discariche negli Stati Uniti. Si intitolava: Toxic Waste and Race in the United States. Si leggeva:

“su cinque afro- o ispano-americani, tre [vivono] in comunità con siti tossici non protetti”.

All’epoca tale questione aveva scosso l’opinione pubblica, ma è la politica a dover intervenire…

La situazione attuale

Nel 2007, il “padre della giustizia ambientale”, Robert Bullard afferma con sicurezza che l’esistenza di una minoranza è un indicatore dell’inquinamento. A supporto della sua tesi ha portato i risultati delle ricerche: i bambini neri americani subiscono l’esposizione all’inquinamento per il 30% in più rispetto ai bianchi.
L’avvelenamento da piombo per loro è una realtà. E non se la passano meglio i nativi americani, esposti ai rifiuti tossici e nucleari. La situazione è così grave che l’amministrazione Biden ha inserito la lotta al razzismo ambientale nel vademecum della sua presidenza.

razzismo ambientale fumo

Il problema non è solo statunitense. Anche in Gran Bretagna si parla di “razzismo rurale” che coinvolge le minoranze. In Francia, nel 2002, è stata realizzata un’inchiesta che ha constatato come negli edifici più insalubri della capitale vivano extracomunitari e minoranze etniche.

Inoltre, le industrie produttrici di rifiuti tossici e non, hanno imparato a delocalizzarne lo smaltimento. L’80% dei rifiuti viene esportato in Asia. In Cina esiste una città in cui i livelli di piombo del fiume che la attraversa fanno impallidire anche gli esperti: sono 190 volte superiori ai limiti imposti dall’OMS. È Guiyu, chiamata anche “la città dei rifiuti informatici”, perché si trovano grandi ammassi dei pezzi di pc, che contaminano con cadmio, rame e piombo la falda acquifera.
Dozzine di camion provenienti dagli Stati Uniti, depositano pc dismessi. La condizione di questa città cinese è talmente sistemica che Guiyu si è specializzata nella lavorazione dei rifiuti informatici, dai quali si può estrarre piombo e oro.

Ma non è l’unico caso. La situazione è globale e il cielo, all’orizzonte, non è roseo.

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