Quanta energia “mangia” l’AI? L’Italia è seduta su una miniera d’oro (con un problema)

Schermata cellulare con Chatgpt e Deepseek

Ogni volta che chiediamo qualcosa a un chatbot, da qualche parte nel mondo un capannone pieno di server si scalda un po’ di più. Non ci pensiamo mai, perché l’intelligenza artificiale ci appare come qualcosa di immateriale: vive nello schermo, risponde in un secondo, non occupa spazio. E invece occupa eccome. Occupa terreni, assorbe elettricità, beve acqua per raffreddarsi.

E qui arriva la notizia che pochi si aspettano: il Paese dove questa corsa sta accelerando più che in quasi tutta Europa è il nostro. Sì, l’Italia. Vediamo i numeri, perché sono di quelli che fanno girare la testa.

Un appetito che non si era mai visto

Partiamo dal quadro globale. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, entro la fine del 2026 i data center di tutto il mondo consumeranno circa 1.050 terawattora di elettricità. Detta così non significa nulla, quindi traduciamo: è più del triplo di tutta l’energia elettrica che l’Italia intera consuma in un anno. E la curva sale del 30% all’anno, trainata quasi interamente dai carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale.

Il motivo è semplice: addestrare e far funzionare i modelli AI richiede una potenza di calcolo enormemente superiore a quella di una normale ricerca sul web. Ogni domanda a un assistente AI costa, in termini energetici, molte volte una ricerca tradizionale. Moltiplicate per miliardi di richieste al giorno e capite perché l’elettricità è diventata il vero collo di bottiglia dell’AI: più delle GPU, più dei capitali.

Non a caso, la corsa alle infrastrutture ha già prodotto effetti collaterali che tocchiamo con mano: la domanda esplosiva di chip e componenti per i data center ha fatto schizzare i prezzi delle memorie, come abbiamo raccontato nell’articolo sulla RAM a prezzi folli. Quando l’AI ha fame, il conto arriva anche nel carrello di chi si assembla il PC.

Data center con server illuminato

L’Italia scopre di essere una terra promessa

E qui la storia diventa interessante per noi. Al 30 maggio 2026, sul contatore di Terna risultavano 509 richieste di allaccio alla rete per nuovi data center, di cui oltre 300 già approvate. Cinquecento. In un Paese che fino a pochi anni fa era considerato marginale in questo mercato.

Gli investimenti annunciati per il triennio 2026-2028 superano i 25 miliardi di euro, distribuiti su più di 80 progetti, e il mercato italiano cresce a doppia cifra: un +15% che non ha eguali nel resto d’Europa. L’epicentro è la Lombardia, con Milano che si sta affermando come hub strategico tra Europa, Africa e Asia, favorita dalla posizione geografica e dai cavi sottomarini che attraversano il Mediterraneo.

Perché proprio adesso? Perché i mercati storici — Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino — sono saturi: lì l’energia disponibile per nuovi impianti semplicemente non c’è più. E così i capitali cercano alternative. Milano è in cima alla lista.

Il problema: chi li tiene accesi?

Ora la domanda da un milione di euro (anzi, da 25 miliardi): abbiamo l’energia per alimentare tutto questo?

Oggi i data center attivi in Italia consumano circa 4-5 TWh l’anno, intorno al 2% della domanda elettrica nazionale. Poca cosa. Ma se i progetti in cantiere si realizzassero tutti, quella quota potrebbe arrivare al 13% entro il 2035. Per fare un paragone che rende l’idea: l’intera industria italiana, dalle acciaierie ai pastifici, assorbe il 29%.

È qui che il boom dei data center si intreccia con la partita energetica del Paese, quella di cui parliamo da tempo: lo sviluppo delle rinnovabili, a partire dall’energia eolica in Italia, il ritorno del dibattito sul nucleare, il potenziamento della rete. Senza nuova capacità di generazione pulita, il rischio è di alimentare l’intelligenza artificiale con il gas — vanificando anni di sforzi sul clima. E l’elettricità servirà anche altrove: la transizione verso le auto elettriche viaggia sulla stessa rete, e prima o poi le due domande si contenderanno gli stessi elettroni.

C’è però anche il bicchiere mezzo pieno. I nuovi impianti nascono con standard impensabili fino a ieri: a Segrate, alle porte di Milano, è in costruzione un data center che funzionerà interamente con energia rinnovabile e riutilizzerà il calore dei server per riscaldare gli edifici circostanti. Il “forno” diventa termosifone. Se questo modello diventasse la regola e non l’eccezione, l’Italia potrebbe trasformare un problema energetico in un’occasione industriale.

Persona che cerca su Chat GPT

Cosa c’entra tutto questo con noi

Qualcuno a questo punto starà pensando: bello, ma a me che cambia? Cambia parecchio, per tre motivi.

Il primo è economico: 25 miliardi di investimenti significano cantieri, lavoro, filiere. E parliamo di posti di lavoro nuovi in un momento in cui l’AI sta ridisegnando le professioni e c’è un gran bisogno di capire dove nasceranno le opportunità di domani.

Il secondo è ambientale e territoriale: i data center consumano suolo, acqua ed energia, e le comunità locali hanno tutto il diritto di chiedere garanzie. La differenza tra un impianto ben fatto e uno fatto male è enorme, e la discussione pubblica è appena iniziata.

Il terzo è culturale: ogni volta che usiamo l’AI — per lavoro, per gioco, perfino per generare contenuti che poi dovremo etichettare — stiamo attivando questa gigantesca macchina fisica. Esserne consapevoli non significa smettere di usarla. Significa usarla sapendo che l’intelligenza artificiale non vive tra le nuvole: vive in capannoni molto concreti, magari a venti chilometri da casa nostra. E che la vera sfida dei prossimi anni non sarà renderla più intelligente, ma tenerla accesa senza spegnere il pianeta.

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