Social network e libertà: il caso Clubhouse e la censura (cinese)

Di Fabio Franchini

In questo mondo c’è sempre una linea sottile che divide libertà e manipolazione.
C’è, per esempio e soprattutto, quando si parla di informazione.
I mass media oscillano tra l’essere liberi e l’essere manipolati, i cittadini-lettori-ascoltatori-spettatori, di rimbalzo, sono raggiunti da informazioni libere e “vere” e/o manipolate e “false”. Una linea sottile che proprio per la sua sottigliezza viene oltrepassata con andamento oscillatorio, ad altalena.

Con la rivoluzione tecnologica, l’avvento di Internet e dei social network questa linea si è fatta via via più sbiadita. E forse, in questo mondo dove ormai vale tutto e chiunque può dire la qualunque, erigendosi peraltro ad esperto in (qualsiasi) materia, questa linea non esiste più. È stata cancellata.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”

Diceva Umberto Eco. E quanto aveva ragione!

Lungi però da noi condannare in toto lo sviluppo, il progresso e le innovazioni che hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere negli ultimi decenni e anni. Giammai.
In questa eterna lotta tra bene e male, bianco e nero, noi scegliamo il grigio.
Anche perché è arcinoto il fatto che la vita non è né bianca né nera, bensì di infinite sfumature di grigio.

Tutta questa introduzione, tutto questo pistolotto per introdurre l’argomento Clubhouse. Che in tanti, magari, manco sanno che cos’è! È proprio questo il bello.
Ora lo spieghiamo.

Rispetto a Facebook, Instagram, Twitter, TikTok e chi più ne ha più ne metta, Clubhouse è un social network completamente basato sullo scambio vocale, con la particolarità di non registrare le conversazioni, in modo da preservare il più possibile la privacy e la sicurezza dei propri iscritti.

La creazione di Paul Davidson e Rohan Seth – sviluppata da Alpha Exploration Co. nel 2020 – è organizzata in stanze virtuali nelle quali gli utenti partecipanti possono scambiarsi, appunto, messaggi vocali. Niente testo, niente video, solo audio.
Una trovata vincente che attualmente vale la bellezza di un miliardo di dollari e che molto probabilmente sarà scaricata e installata sugli smartphone di tutto il mondo.

Se ne sta parlando molto in questi ultimi giorni per due ragioni. La prima ha a che fare con Elon Musk (perché dove girano i soldi, dalle criptovalute ai treni a lievitazione magnetica, passando per Marte, mister Tesla è sempre presente), la seconda con la Cina. Con Elon Musk perché l’uomo più ricco del mondo ha invitato il presidente della Russia Vladimir Putin a chiacchiere proprio su Clubhouse; con la Cina perché, come (quasi) sempre accade quando c’è di mezzo il Paese del Dragone, i dati degli utenti sarebbero accessibili al governo cinese. Con tanti saluti alla cara vecchia privacy.

Infatti, secondo lo Stanford Internet Observatory, la piattaforma ha importanti falle a livello di sicurezza informatica e soprattutto gravi vulnerabilità in materia di privacy. Peraltro la maggior parte del flusso di dati si poggia su una società terza, Agorà, che è cinese e ha sede a Shanghai.

Clubhouse Cina

Peccato. Peccato anche perché in questi ultimi mesi, Clubhouse, in Cina, era diventato uno strumento di libertà di espressione, capace di svicolare al controllo e alle maglie della censura. E infatti, allora, in modo tanto puntuale quanto malefico, Pechino ha recentemente interdetto l’uso di Clubhouse agli utenti del Paese.
Numerosi utenti cinesi, infatti, hanno segnalato di non essere più in grado di accedere alla piattaforma, bloccata con ogni probabilità dal governo stesso (che, ovviamente, non conferma e non smentisce). Con buona pace delle libertà personali, di cui il Paese del Dragone non è certo grande fan.

Nel 2020 e in questo inizio di 2021 il social di scambio vocale aveva rappresentato un luogo, seppur virtuale, in cui i cosiddetti “dissidenti” – comuni cittadini, blogger, giornalisti – potevano incontrarsi e dialogare liberamente, parlando appunto di tutti quegli argomenti tabù, censurati online dal regime che, ricordiamolo, controlla sia i media tradizionali, sia quelli moderni come, appunto, i social. Nello Stato, infatti, i social come Facebook e Twitter, piattaforma come YouTube e applicazioni di messaggistica come WhatsApp sono vietati e i giornalisti che le utilizzano per lavorare sono perseguibili e perseguiti penalmente.

Una parentesi di libertà (d’espressione), una boccata d’ossigeno che, però, è già finita. E non c’è da stupirsene, visto che per tutti i motivi elencati la Cina è 177esima su 180 nella classifica mondiale della libertà di espressione.

Insomma, pensare di essere veramente liberi con i social network (e grazie a loro) è solo una grande illusione. Cina o non Cina. Non è necessaria – seppur è consigliabile – la visione del documentario “The Social Dilemma” per capirlo. Gli algoritmi che regolano Google e i social media e la quantità e la qualità dei nostri dati personali che questi colossi raccolgono, immagazzinano, usano e vendono, infatti, ci guidano nelle nostre navigazioni quotidiane. Ci manipolano e ci controllano, soprattutto se non ne siamo consapevoli. Ecco perché, allora, parlare di libertà è illusorio e puerile. Anche quando le premesse, come nel caso di Clubhouse (l’ultimo di una lunga lista), sembravano essere delle migliori.

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