Perché Sanremo è Sanremo. E, nel bene e nel male, è specchio di questo disgraziato Paese

Sanremo, teatro Ariston

Amato, odiato, certamente divisivo. Seguito, ignorato, certamente argomento di discussione e polemiche. Polemiche che ne rappresentano la linfa vitale, o meglio, l’anima, forse ancor più delle canzoni stesse. Sì, stiamo parlando del Festival di Sanremo.

È questa la settimana in cui la città della Liguria e il suo cinema-teatro Ariston diventano il centro del mondo per l’Italia e gli italiani. Anche in tempi di pandemia, quando le priorità sono altre, certo, ma non per questo allora bisogna fare a meno di uno show, diventato rito sacro/laico, capace di regalare un po’ di svago.

Ecco, a tal proposito, in molti pensano e dicono che la kermesse musicale non avrebbe dovuto svolgersi visto il momento del Paese e visto che non può esistere e avere senso un Festival della canzone italiana senza pubblico: cazzate!

Tra le tante-troppe cose che abbiamo perso in questo anno per colpa del Covid-19, teniamoci stretto almeno il Sanremo. Che, nel bene e nel male, è specchio di questa Italia disgraziata (e lo è sempre stato, fin dal 1951), oltre che cartina di tornasole di quello che è e vale la musica tricolore, attualmente ostaggio dell’auto-tune.

Per chi scrive (ma è così per molti e forse quasi tutti), il Festival è una tradizione familiare, perché chi è cresciuto con la mamma e/o il papà, fin da piccolo, si sarà sorbito stando divano – probabilmente senza accorgersene più di tanto – una caterva di edizioni. E poi, una volta cresciuto e magari anche uscito di casa, ha ricreato quella tradizione, quel momento di intimità e unione in un’altra casa, su un altro divano, davanti a un’altra televisione, ma commentando in tempo reale via messaggio con i genitori, i fratelli, le sorelle, gli amici (e sui social). Insomma, esattamente come avevano fatto i nostri genitori, sotto l’influenza dei nostri nonni, con noi, eccezion fatta per la messaggistica istantanea e i social di cui non erano dotati all’epoca. Beati loro!

Insomma, Sanremo è un cerchio che si chiude e che si ripete e percorre all’infinito (speriamo), un po’ come sono infinite le serate del Festival, che iniziano alle 21 scarse e finiscono alle 2 di notte, facendo uscire pazzo chi vorrebbe solo andare a dormire ma non ci va perché la sua dolce metà arriverebbe a letto solo dopo ore, rompendone il sonno, e allora rimane agonizzante sul divano.

Sanremo è musica, certo, ma è soprattutto casa, è famiglia, è amore, è amicizia, è convivialità. La pandemia, tra le tante cose, ci ha tolto la possibilità di organizzare i cosiddetti gruppi di ascolto, per godersi le cinque serate in compagnia, ridere, commentare la qualunque, dare i voti a conduttori, ospiti e cantanti in gara, stilando le proprie pagelle e la propria classifica finale. Ma noi lo facciamo lo stesso, però ognuno dal proprio divano, con gli occhi incollati alle tivvù e lo smartphone incollato alle mani. Per tutti motivi di cui sopra, che fanno rima con casa, famiglia, amore, amicizia, convivialità. Perché Sanremo è tutte queste cose. Teniamocele strette.

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