Che fine ha fatto la plastic tax? L’Italia rinvia ancora

Di Marilisa Pendino

Di plastic tax si parla già da tempo. La famosa tassa che mira a disincentivare la produzione di plastica sembrerebbe, a detta di molti, la giusta soluzione per salvare il pianeta. Eppure, confusione, ritardi e revisioni continuano a rimandare la sua effettiva applicazione.

La direttiva dell’Unione europea

Il 3 luglio 2019 entra in vigore la Direttiva EU 2019/904, meglio nota come SUP (Single Use Plastic), per scoraggiare il monouso. Agli Stati membri viene concesso due anni di tempo per adeguarsi all’intervento, vietando oggetti come posate, piatti, cannucce e contenitori in plastica.

Non sono soggetti a divieto, invece, i prodotti ottenuti dalla lavorazione non chimica di fibre naturali come canapa, bambù e riso. Esclusi anche i bicchieri – la loro sorte sarà decisa da ogni stato – e le bottiglie di plastica per garantire il riciclaggio del PET.

Plastic tax: facciamo chiarezza

Tra le misure da adottare per recepire la direttiva, è prevista l’ormai nota plastic tax. Misura, però, che fin da subito ha creato molta confusione.

La plastic tax europea è stata introdotta il 15 dicembre 2020 con la pubblicazione della Decisione 2020/2053/UE e prevede il pagamento, dal primo gennaio 2021, di 0,80 € per ogni chilo di plastica non riciclata che viene buttata ogni anno.
La tassa, a carico di ogni Stato membro, servirà anche a finanziare il Recovery Fund. Entrerà in vigore il primo giorno del primo mese successivo al ricevimento da parte dell’Unione europea dell’ultima notifica degli Stati dell’adozione della decisione.
Dunque la tassa europea strizza sì l’occhio alla lotta contro l’inquinamento, ma con lo scopo di far quadrare i conti.

La plastic tax in Italia

Un po’ diverso è il discorso per i singoli stati. Questi, infatti, impongono la tassa sulla produzione della plastica.
E l’Italia? Il bel Paese si è detto subito pronto ad adottare la plastic tax. L’imposta riguarda i produttori e commercianti dei MACSI, cioè degli oggetti monouso, con un importo pari a 0,45€ per ogni chilo di plastica; a essere esonerati sono i prodotti medico sanitari.
Ma l’Italia fa molto di più e, lo scorso novembre, il Senato inserisce anche i bicchieri nella lista degli oggetti vietati; si attende solo il passaggio alla Camera.

Luci e ombre

Anche se pronto alla lotta contro l’inquinamento, lo stivale si riconferma il Paese dei ritardi. Introdotta dalla legge di Bilancio 2020, l’applicazione della plastic tax era prevista per il mese di luglio dello stesso anno; la pandemia la posticipa a gennaio 2021 e, infine, crisi di governo e scontri vari la spostano ancora, fissandola a luglio 2021.
Un ritardo duramente condannato dall’associazione Legambiente che in un comunicato così si esprime:

“[…] è mancato il coraggio per accelerare la transizione ecologica e rilanciare il Paese con misure green che mettano davvero al centro l’ambiente, il clima e la fiscalità ambientale”.

E anche se le principali catene di supermercati hanno già iniziato a eliminare una grande quantità di plastica dagli scaffali, l’obiettivo è ancora molto lontano.
L’emergenza Covid, inoltre, ha rallentato di molto gli approfondimenti e i chiarimenti inerenti ai pro e ai contro della tassa, nonché alla sua regolamentazione. E già è polemica su un possibile ed esagerato aumento dei costi; costi che rischiano di ricadere ancora una volta sul capro espiatorio del consumismo, il privato cittadino.

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