Torre Velasca: storia e nuovi scenari per il grattacielo brutalista di Milano

torre velasca milano

Milano si rifà il look. Come tutte le grandi metropoli internazionali, anche lo skyline del capoluogo meneghino cambia aspetto, per ospitare torri futuristiche, hub polifunzionali, nuove architetture che sposano sostenibilità e innovazione. E non solo: in città sono in corso numerosi cantieri pronti a trasformare il volto di alcuni palazzi storici di Milano, come quello della Torre Velasca, acquistata lo scorso anno dal fondo Hines European Value, gestito da Prelios Sgr, che ha dato il via a marzo 2021 a un importante intervento di riqualificazione e ammodernamento dell’edificio.

Torre Velasca, tra brutalismo e Instagram

Progettata dallo studio BBPR – fondato da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers – la Torre Velasca di Milano rappresenta una delle poche testimonianze italiane dell’architettura brutalista.

Nato in contrapposizione all’avanguardismo del Movimento moderno, il Brutalismo si sviluppa negli anni ’50 in Inghilterra. Ispirata all’Art Brut di Jean Dubuffet e al saggio “Verso una architettura” di Le Corbusier, questa corrente architettonica trova nel termine francese béton brut, ovvero cemento grezzo, il suo elemento fondante.

Lo stile prende piede, anche perché nell’Europa distrutta dalla guerra non si va per il sottile. Prediligendo strutture maestose e imponenti, il brutalismo mira a mettere in mostra tutti i componenti dell’architettura, lasciando a vista materiali grezzi e componenti impiantistiche.

Nonostante abbia subìto numerose critiche a livello internazionale fin da quando fu progettata, la Torre Velasca di Milano di recente si è presa la sua rivincita diventando il primo edificio brutalista più instagrammato del mondo, secondo la classifica messa a punto lo scorso anno dalla piattaforma di prenotazioni turistiche Musement.

torre velasca
©Matteo Raimondi

Situata nell’omonima piazza, dedicata al governatore spagnolo Juan Fernández de Velasco, la torre presenta un totale di 26 piani (più due interrati) per un’altezza di 87,50 metri, che arrivano a 99 metri considerando anche i volumi tecnici alla sommità dei camini.

Inizialmente ideata come volume trasparente in acciaio e vetro – soluzione poi accantonata per gli alti costi del materiale – l’edificio presenta una struttura in calcestruzzo armato, progettata all’ingegnere Arturo Danusso, con facciata realizzata in intonaco a base di un impasto di graniglia di cotto e pietrame ed elementi prefabbricati in clinker rosso e giallo con graniglia di marmi veronesi.

Torre Velasca, “il grattacielo con le bretelle”

Simbolo insieme al grattacielo Pirelli dell’Italia della ricostruzione, la Torre Velasca fu realizzata tra il 1955 e il 1956 per la Ri.C.E. (Ricostruzione Comparti Edilizi), società nata nel 1948 a Roma per finanziare la ricostruzione post-bellica. Committente del progetto la Società Generale Immobiliare, proprietaria dell’area su cui doveva sorgere il nuovo edificio.

L’incarico, affidato allo Studio BBPR, prevedeva la realizzazione di un complesso polifunzionale di altezza eccezionale su alcune aree devastate dai bombardamenti poco distanti dal Duomo, più o meno quelle del vecchio quartiere del Bottonuto, già oggetto di intervento a partire dagli anni ’30 con il Piano Albertini.

La struttura avrebbe dovuto ospitare uffici (dal 2° al 10° piano), studi professionali con abitazione annessa (dall’11° al 17° piano), locali tecnici al 18° piano, e abitazioni (dal 19° al 25° piano). Proprio per questa sua caratteristica funzionale, fin dalle prime bozze di progetto la torre presenta una parte superiore più larga e aggettante, adatta a sfruttare la massima cubatura abitabile. Una sporgenza non indifferente verso l’esterno, sorretta da contrafforti obliqui, che ha conferito alla Torre Velasca quella peculiare forma “a fungo” e l’appellativo grattacielo con le bretelle”, che ne fa uno degli edifici più riconoscibili dello skyline milanese.

Una forma che ricorda le antiche torri medievali lombarde e che a esse volutamente si ispira, portando a un livello di pura poesia il gioco di rimandi alla città di Milano e alla sua storia architettonica, primo fra tutti quello alla Torre di Bona di Savoia del vicino Castello Sforzesco.

«L’edificio si distacca dai grattacieli a lui precedenti e dai pochi edifici a torre proposti in alcune altre realizzazioni milanesi nel dopoguerra. La Torre Velasca è un patrimonio unico, da difendere», si legge nella relazione storico-artistica dei Beni culturali firmata dal soprintendente milanese Alberto Artioli che ha istituito nel 2011 il vincolo monumentale sull’edificio.

Il passaggio a Hines e il restauro

Terminata nel 1957, Torre Velasca è rimasta di proprietà della Società Generale Immobiliare sino al 1987, anno del fallimento della società. Dopo vari passaggi, negli anni duemila l’edificio passa alla Fondiaria Sai del Gruppo Ligresti  e, dopo la fusione con Unipol, è entrata nel patrimonio immobiliare della UnipolSai. A gennaio 2020 Unipol ha venduto la Torre Velasca al colosso immobiliare americano Hines per un importo complessivo di 220 milioni di euro.

I nuovi proprietari hanno annunciato un intervento strutturato di completo rinnovamento e ammodernamento per trasformare la torre in un asset immobiliare ad uso misto di alta qualità, con prevalenza di uffici e di riqualificazione dell’omonima piazza. «Nell’iconica torre abbiamo investito 150 milioni di euro per l’acquisto e 50 milioni per il restauro», ha spiegato in un’intervista a Il Sole24 Ore Mario Abbadessa, Senior Managing Director & Country Head Hines Italy di Hines. «Realizzeremo al piano terra un concept di lifestyle con Spa, food e wellness, oltre al ristorante al 18esimo piano».

A marzo 2021 Hines ha avviato i lavori per l’installazione dei ponteggi metallici, necessari al restauro della facciata.
I ponteggi sono stati ricoperti da enormi teli che riproducono in trompe l’oeil, lo stesso edificio.

Foto di copertina: ©Mikita Yo

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