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I grattacieli sono ancora un modello per il futuro?

flatoron-grattacielo

La storia dei grattacieli ha inizio a New York con il Flatiron Building.
Il primissimo grattacielo di Manhattan, dall’iconica forma a ferro da stiro, è datato 1903 e firmato Daniel Burnham. Un tale che si intendeva di edifici alti. Era infatti uno dei capostipiti della Scuola di Chicago, dove già da fine Ottocento si costruivano palazzi di una decina di piani definiti con orgoglio “skyscrapers”.

Ma quali sono le caratteristiche di uno skyscraper?

Cos’è un grattacielo

Un grattacielo è un edificio a torre.

La struttura deve essere leggera, e quindi basata su una tecnologia che utilizza un sistema trave-pilastro.

In poche parole: non vedrete mai un edificio con struttura in mattoni che superi i dieci piani. Questo traguardo, ad oggi imbattuto, è stato raggiunto dal Monadnock Building di Chicago realizzato nel 1891 sempre da Burnham e dal suo collega John Root.
Se, invece, non consideriamo per un momento i piani dell’edificio ma guardiamo esclusivamente all’altezza, esiste un’incredibile eccezione alla regola, e per di più italiana: la Mole Antonelliana di Torino. Zitta zitta, fu la costruzione in muratura più alta del mondo dal 1889 al 1908, con i suoi 167, 5 metri di altezza.

Surclassando il mattone, i primissimi storici grattacieli a cavallo tra XIX e XX secolo furono realizzati in acciaio, e solo dopo in calcestruzzo armato. Basti pensare che l’attuale grattacielo più alto al mondo, il Burj Khalifa di Dubai, è in calcestruzzo armato fino al livello 155 (573 metri) mentre la restante parte è in acciaio, fino alla sommità (828 metri).

Il grattacielo in Italia

Grattacieli di Milano
Vista grattacieli di Milano

Ad oggi viene definito grattacielo un edificio a torre che superi i 100 metri di altezza.

Il primo italiano a superare questa soglia fu nel 1940 la Torre Piacentini di Genova (108 metri) disegnata dall’architetto Marcello Piacentini e dall’ingegnere Angelo Invernizzi.

Anche se il più iconico rimane forse il Grattacielo Pirelli di Milano, detto il Pirellone e realizzato nel 1961 su progetto di Gio Ponti con la fondamentale consulenza di Pier Luigi Nervi, capace di un uso magistrale del calcestruzzo armato.
In calcestruzzo armato è anche l’attuale edificio più alto d’Italia: la Torre Isozaki di Milano, ultimata nel 2015 con i suoi 249 metri, antenna compresa. La torre fa parte del grande intervento urbanistico che ha riqualificato l’area della storica Fiera Campionaria di Milano.

Oggi il nuovo quartiere, CityLife, ospita edifici residenziali, commerciali, aree verdi e uffici. Al centro dell’area di progetto sorgono le tre torri: Torre Isozaki, Torre Generali e Torre Libeskind che ospitano rispettivamente i dipendenti di Allianz, Generali e Pwc. Questi giganti racchiudono in tutta la loro altezza postazioni lavorative e nella fase di lockdown dovuta all’emergenza coronavirus si sono ritrovati deserti.

Le conseguenti riflessioni su smart working e sull’evoluzione del posto di lavoro tradizionale pongono il seguente quesito: i grattacieli adibiti esclusivamente a uffici sono ancora una buona pratica per il futuro?

Il grattacielo al tempo della new economy

La fase di quarantena dovuta al virus ha aperto gli occhi della popolazione urbana su bisogni già evidenti: luce naturale, verde e servizi vicino a casa. Ma l’ufficio come si comporta di conseguenza? Il lavoro sta diventando sempre più “fluido”, almeno per il settore terziario e quindi per tutte quelle realtà presenti all’interno di CityLife.

E la quarantena ha aperto la strada a un lavoro sempre più smart: incominciare a pensare alla propria casa come ufficio non è più un’idea così distante dalla realtà. Viene spontaneo chiedersi se convenga investire nella dignità delle abitazioni, concedendo a ognuna luce naturale e verde, piuttosto che continuare a edificare megastrutture iperefficienti ma difficilmente resilienti a mutamenti sociali repentini come quelli attuali.

In passato, le abitazioni dei villaggi operai erano ammassate intorno alle fabbriche, garantendo ai lavoratori un giardino personale, servizi condivisi e, soprattutto, la vicinanza al luogo di lavoro. Il più famoso villaggio operaio in Italia è Crespi D’Adda, Patrimonio Unesco, fondato a fine Ottocento e rimasto intatto dopo l’abbandono. Quel modello era destinato a fallire a causa del superamento dell’ideologia capo-padrone e del passaggio da era industriale a era informatica. Forse, però, alcuni elementi del villaggio operaio possono essere riscoperti e riadattati alla new economy.

Mix funzionale

Il grattacielo svolge la funzione di ammassare i servizi richiesti all’interno di una struttura verticale, invece di occupare uno spazio orizzontale, per cui sarebbe necessario consumare molto più suolo. Questo punto a favore potrebbe coincidere con una varietà di funzioni all’interno dell’edificio: non solo uffici, ma anche residenze, aree commerciali e spazi comuni per la socializzazione.

L’idea non è nuova. Uno tra i primi a concepire un organismo di questa portata fu Le Corbusier, architetto teso a soluzioni modernissime prima ancora dell’avvento del moderno. Le sue Unité d’Habitation sono residenze complesse costruite tra il 1952 e il 1967. Edifici mastodontici che non toccano terra, si reggono su enormi pilastri per liberare il maggior suolo possibile. E al proprio interno hanno tutto: case, negozi, l’asilo e un tetto-terrazza dove socializzare. Che cosa non ha funzionato? La “macchina da abitare” di Le Corbusier doveva fare i conti con l’uomo e la sua libertà, il rifiuto della casa-caserma, la necessità di avere uno spazio naturale. Gli abitanti tendevano a uscire piuttosto che andare sul tetto-terrazza. Perché avevano bisogno di verde.

Grattacielo green

Il cemento non basta e il XI secolo lo ha accettato. Lo ha capito soprattutto Stefano Boeri, che è diventato con merito il guru dell’architettura contemporanea.
L’idea è semplice: aggiungere il verde al modello dell’Unité d’Habitation. Costruire boschi verticali. Sembra essere questo il tassello mancante e sembra che ci siamo arrivati solo dopo aver scoperto il cambiamento climatico e i rischi annessi per la Terra su cui viviamo. Il coronavirus, poi, è stato il colpo di grazie.

In quest’ottica, il grattacielo ritorna attuale. Soprattutto se posto in relazione a una visione “organica” come quella di Frank Lloyd Wright. Il genio americano concepì nel 1934 Broadacre City, una città utopica dove ogni lotto abitativo comprendeva un terreno di almeno un acro di superficie (4mila metri quadri circa) in modo tale che i cittadini potessero isolarsi nel verde e investire parte del proprio tempo nell’agricoltura. Le basse residenze unifamiliari si accostavano a sparuti grattacieli pubblici, privati o industriali che costituivano altissimi punti di riferimento per il territorio, o “una striscia luminosa nella campagna”.

Ricorda la torre Unicredit di Milano ma è la Broadacre City di Frank LLoyd Wright (1934)

L’obiettivo è consumare meno suolo possibile e al tempo stesso concedere nuove superfici verdi. Anche sui grattacieli, secondo il modello Boeri.
Per l’architettura, però, non è una strada semplice: lo “stile” soggettivo del manufatto perde valore davanti all’oggettività della natura. Integrare il design del grattacielo con l’aspetto naturale è la nuova sfida del Millennio.

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