Il (non) senso di questo calcio ai tempi del Covid

Di Fabio Franchini

La pandemia di Covid-19 continua a fare paura. Dopo mesi vissuti con più normalità, abbassando un po’ la guardia, il virus è tornato a circolare con forza e ogni giorno si contano migliaia di positivi al Sars-CoV-2. Da inizio marzo la nostra vita non è più la stessa: mascherina, distanziamento sociale, gel igienizzanti e chi più ne ha più ne metta sono parte integrante della nostra nuova quotidianità.

Torneremo mai a vivere come prima?

Domanda da un milione di dollari e risposta francamente impossibile.

L’Italia è un Paese strano. Non tanto per la sua buffa forma a stivale, bensì per le sue intrinseche e storiche contraddizioni e assurdità. Siamo un Paese strano perché spesso e volentieri l’umore del cittadino medio – ahinoi – è più influenzato da quale risultato abbia fatto la squadra del cuore, piuttosto che da come vadano l’economia e il mercato del lavoro.

Non c’è discorso da bar privo di un cenno all’ultima – o alla prossima – giornata di campionato. E ci riferiamo alla squadra e al campionato di calcio, sport nazionale.
La scorsa primavera la Serie A si è fermata insieme al Paese e insieme a esso, in estate, ha poi ripreso a vivere. Con gli stadi vuoti, ma ha ripreso a vivere. Così come hanno ripreso a vivere e a lavorare milioni di cittadini, nonostante l’incubo del Covid.

Ne è valsa la pena?

Certo, l’indotto economico generato dalla massima serie è enorme – circa 8 miliardi di euro l’anno, pari all’1% del Pil nazionale – e il sistema calcio dà lavoro a oltre 300mila persone, però c’è un però. Con gli stadi (giustamente) chiusi, siamo così sicuri che in questa situazione gli italiani e l’Italia abbiano realmente bisogno di questo spettacolo?

Abbiamo veramente voglia di assistere a partite svuotate di senso pur di non mettere in stand-by una nostra così forte passione? Probabilmente sì, visto che è così in tutt’Europa e in tutto il mondo: peccato.
D’altronde è proprio vero: vale sempre la regola del panem et circenses

Non è becero populismo ma buon senso: perché milioni di cittadini italiani-lavoratori dipendenti sono (stati) messi in cassa integrazione e i calciatori no?
Alt: non tutti i giocatori di calcio sono milionari e infatti qui ci riferiamo, in primis, ai professionisti della Serie A. Gente che con lo stipendio di una stagione si sistema per tutta la vita.

Sorvolando su tutti i marchiani errori fatti sulla gestione dello scorso campionato, sulla ripresa dello stesso e sulla nuova stagione – tra partite rinviate e assegnate a tavolino, nonostante il famigerato protocollo… – la nostra è una semplice riflessione: pensare di giocare un’intera stagione in queste condizioni – e con questa spada di Damocle del Covid sulla testa – non è assurdo?

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