Dall’economia circolare all’edilizia circolare, tra CAM e Superbonus

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Da circa tre anni in edilizia c’è un acronimo che avvicina il mondo delle costruzioni al tema della sostenibilità ambientale e dell’economia circolare. Questa sigla, che ormai è quasi un mantra per tutti coloro che lavorano nel settore, è Cam, cioè Criteri ambientali minimi, ovvero delle linee guida introdotte per la prima volta nel 2017 che obbligano costruttori e progettisti a ridurre l’impatto ambientale e promuovere modelli più sostenibili nei cantieri della pubblica amministrazione, in particolare attraverso l’uso di materiali composti da materie prime rinnovabili e che possiedano una ben definita percentuale di materiale riciclato.

Con l’approvazione nel Decreto Rilancio del Superbonus 110% oggi il rispetto dei Cam è diventato obbligatorio anche nell’edilizia privata: per tutti gli interventi di isolamento termico dell’involucro edilizio che vogliono godere degli incentivi, infatti, è necessario che i materiali isolanti utilizzati siano conformi ai criteri ambientali minimi, quindi siano costituiti da materiale riciclato e/o recuperato secondo delle specifiche quantità stabilite dalla normativa.

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Edilizia, riciclo ed economia circolare

Ma quali sono i materiali da costruzione riciclabili? Alcune componenti del sistema edilizio possono essere reimpiegate così come sono, altre necessitano di un processo di lavorazione volto a separare i materiali che possono essere riciclati da quelli non più utilizzabili.
Ad eccezione dunque dell’amianto o di altre sostanze pericolose, quasi tutti i materiali edili possono essere riciclati, in percentuali differenti, e ritornare sul mercato sotto forma di materie prime o nuovi prodotti, rispettando così i principi dell’economia circolare alla base anche del Circular Economy Action Plan presentato dalla Commissione europea.

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Ma non è tutto oro quello che luccica. Come denunciato da GBC Italia, l’associazione di riferimento per il green building, nel suo Position Paper Economia circolare in edilizia pubblicato già due anni fa:

«Gli attuali metodi di produzione richiedono tempo e manodopera e non consentono forme innovative né funzioni aggiuntive ai prodotti. La riciclabilità di un qualsiasi materiale, in un determinato contesto urbano, potrebbe risultare limitata: il riciclo di alcuni materiali e/o prodotti da costruzione potrebbe essere soggetto a processi complessi e costosi. Queste difficoltà di solito portano allo stoccaggio degli scarti da costruzione in discarica, causando costi indesiderati. Poca attenzione, ad esempio, viene dedicata alla riciclabilità di moderni materiali compositi».

«Inoltre la maggiore diffusione dei sistemi costruttivi umidi (in opposizione ai sistemi a secco) rende difficile la disassemblabilità degli elementi a fine vita. Ma, al di là dei più noti scarti da demolizione, ci sono anche altri materiali nelle città industriali che vengono inutilmente inviati a discarica: residui da estrazione mineraria, ceneri dell’industria forestale e/o dalla produzione di energia. Le tecnologie di produzione additive disponibili non sono ancora in grado di soddisfare le esigenze industriali del settore edile. Inoltre, i materiali hanno difficoltà nel soddisfare gli standard di qualità delle condizioni ambientali in cui trovano applicazione ed utilizzo».

«Il settore delle costruzioni tradizionali, per quanto sia molto regolamentato, appare ancora limitato a livello sperimentale, nonostante continui a permanere un attore chiave nel passaggio da una società ad alti consumi di energia a quello attuale dell’economia circolare. Pertanto, diventa sempre più prioritario prendere iniziative per sviluppare e fornire nuove piattaforme per sperimentare innovazioni urbane sostenibili per città all’avanguardia, moderne, pulite e tecnologiche».

Certo, la strada è tracciata e qualcosa sta cambiando, ma c’è ancora tanto  da fare. I materiali edili e gli scarti di demolizione hanno grosse potenzialità di riciclo, oltre a essere il più grande flusso di rifiuti europeo, con un valore di circa 374 milioni di tonnellate nel 2016 tra scarti metallici, cemento usato, prodotti in legno, con una percentuale di riciclo che varia tra il 50 e il 100% a seconda dei paesi membri.

Molti dei materiali riciclati però viene utilizzato in processi di riciclaggi a basso valore (downcycling), come l’uso di cemento riciclato e frantumato o come aggregati nella costruzione di strade, mentre sarebbe auspicabile investire nello sviluppo a monte di soluzioni tecnologiche e metodi di progettazione che valorizzino il riciclaggio di qualità innescando un processo virtuoso che porti a un vero riutilizzo dei materiali nelle costruzioni.

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Le certificazioni GBC prendono spunto dai rispettivi rating systems LEED (che rappresenta il sistema di verifica terza parte per i green building attualmente più diffuso al mondo) ma fanno riferimento alla realtà costruttiva e normativa italiana ed europea

Progetti di economia circolare in edilizia

Nonostante le difficoltà, alcuni esempi di economia circolare in edilizia sono già attivi: è il caso del progetto danese Rebrick che ha ideato una tecnologia che consente la pulizia automatizzata dei mattoni di argilla tramite un processo di raspatura vibrazionale che, senza ricorrere a prodotti chimici inquinanti e acqua, consente di eliminare malta, cemento, fili, legno o altri materiali.

Oppure di Rockwool, multinazionale specializzata nella produzione di isolanti in lana di roccia, che ha costruito un modello di business circolare, attivando un servizio di recupero dei rifiuti dai cantieri di più di dieci paesi. Inoltre nella propria produzione circa un terzo delle materie prime deriva da rifiuti riutilizzati provenienti da altre industrie, da centrali elettriche e da impianti di trattamento delle acque reflue.

Passando al cartongesso spicca il progetto Gy.eco di Gyproc Saint-Gobain che permette  rivenditori e applicatori che operano nel mondo dei sistemi a secco di gestire e recuperare gli scarti provenienti dalle attività di posa e post vendita, offrendo un’alternativa allo smaltimento in discarica. In più il processo consente il recupero del 95% del materiale di scarto e la produzione di una nuova materia prima equivalente al gesso da cava.

Anche finestre, porte e facciate in alluminio possono essere riciclate: in Germania l’associazione A/U/F si occupa proprio di questo, sviluppando iniziative per il riciclaggio responsabile dei profili di finestre in alluminio in disuso. Mentre per quanto riguarda i profili di finestre, porte e avvolgibili in Pvc l’associazione tedesca Rewindo, fondata nel 2016, è stata in grado di raggiungere in soli tre anni una produzione di oltre 35.500 tonnellate di materiale riciclato, corrisponde a circa due milioni di vecchie finestre di plastica.

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